L'omaggio a Ivrea, città olivettiana

17/07/2018

“Ivrea Città Industriale del XX secolo” rappresenta, nel panorama italiano e mondiale, un modello atipico di città industriale moderna e si impone all’attenzione generale come risposta alternativa ai quesiti posti dal rapido evolversi dei processi di industrializzazione novecenteschi. Di recente Ivrea è stata eletta come 54esimo sito italiano Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Abbiamo chiesto ai membri della nostra associazione di commentare la notizia: partiamo dal Presidente, il Professor Stefano Zamagni.

È buona – e non solo bella – la recente notizia
del riconoscimento accordato alla città di Ivrea
da parte dell’UNESCO.

Perché buona?

Per la ragione fondamentale che narrare e ricordare il bene che è stato fatto – in questo caso dalla Olivetti – è il modo più sicuro per non diventare complici di chi dispera che il bene sia realmente possibile. È notevole che sia stato un ente come lUNESCO a riconoscere quello che la vicenda olivettiana ha rappresentato, non solamente sul piano economico, ma anche su quello riguardante il nostro modello di civilizzazione. Ha scritto La Rochefoucault, moralista famoso francesce del XVII secolo: “Il male che facciamo non ci attira tante persecuzioni e tanto odio quanto ce ne procurano le nostre buone azioni”. È proprio così: si è pronti a giustificare e a perdonare le malefatte degli altri, perché ci fanno sentire superiori, ma non riesce ad apprezzare il bene fatto. Adriano ha reso piena e alta testimonianza alla veridicità di tale massima.

Qual è la cifra della visione olivettiana dell’imprenditore civile, dell’imprenditore cioè che si sente parte della civitas – la “città delle anime”, secondo la celebre definizione di Cicerone che la distinse dalle urbs, la "città delle pietre"?

Lo spazio che ho a disposizione mi consente una risposta solamente parziale. Come si sa, per conservare nel tempo la vitalità di una impresa ci vuole creatività, vale a dire una forte abilità di leggere la res novae del momento storico e una altrettanto forte capacità di individuare il campo giusto su cui intervenire. Durante la lunga stagione della modernità, l’idea prevalente era che la creatività fosse una faccenda individuale: era sufficiente che una organizzazione avesse “un” creativo al proprio interno per riuscire ad affermarsi sul mercato. Se ne comprende la ragione solo che si pensi che quella industriale è stata una società basata, per quanto concerne la dimensione organizzativa, su tre principi.

  • Primo, la struttura gerarchica del potere (per cui è “sufficiente” che pensino coloro che occupano le posizioni di vertice della piramide aziendale);
  • secondo, la razionalizzazione delle procedure (per cui i comportamenti nell’organizzazione vanno depurati della dimensione emotiva e soprattutto relazionale);
  • terzo, la standardizzazione non solamente dei servizi, ma anche dei linguaggi comunicativi

La grande novità del modello olivettiano
è stata il superamento, in grande anticipo sui tempi,
di questo modo di concepire il funzionamento
di una organizzazione produttiva.
Adriano aveva capito che la creatività individuale non è sufficiente;
occorre mirare alla creatività di gruppo.

Cosa comporta ciò? Che l’organizzazione stessa debba diventare creativa. Ebbene, questo è stata la Olivetti: una impresa autenticamente generativa.

Qual è la missione propria dell’imprenditore civile?

Quella di mostrare che accanto ai beni di giustizia ci sono i beni di gratuità e quindi che non è capace di futuro quella società nella quale ci si accontenta dei soli beni di giustizia.

Dove risiede la differenza?

I beni di giustizia sono quelli che nascono da un dovere; i beni di gratuità sono quelli che nascono da una obbligatio. Sono beni cioè che nascono dal riconoscimento che io sono legato ad un altro, il quale, in un certo senso, è parte costitutiva di me stesso. Ecco perché la logica della reciprocità non può essere semplicisticamente ridotta ad una dimensione puramente etica, ad una sorta di buonismo. Piuttosto, essa deve entrare nella prassi economica, nel modo ordinario di condurre l’impresa. È in ciò il senso della celebre frase olivettiana: “In me non c’è che futuro”.
“La tradizione è la salvaguardia del fuoco; non la conservazione delle ceneri” (Gustav Mahler).


Il compito che l’Associazione “Quinto Ampliamanto” si è attribuito è proprio quello di riattizzare, nelle presenti condizioni storiche caratterizzate dal pervasivo fenomeno delle tecnologie convergenti, il fuoco della tradizione olivettiana.

È la memoria,
non la nostalgia,
che ci preme infatti ravvivare.

Grazie, dunque, amici dell’UNESCO per questo significativo e da tempo atteso riconoscimento.

Stefano Zamagni