A Ivrea

Ivrea è un’idea.
Un secolo di storia da cui spiccare il volo.

Ivrea e il Canavese furono il teatro, nel secolo scorso, di un esperimento sociale originale che volle cambiare il mondo attraverso uno strumento privilegiato: la fabbrica. Adriano Olivetti assegnò all'impresa un compito nuovo: contribuire alla costruzione di una società a misura d'uomo. La fabbrica di beni divenne allora Fabbrica di Bene, distribuì prodotti e stipendi, ma anche servizi sociali, cultura, democrazia e bellezza. Fece di questo impegno una chiave del suo successo internazionale.

Dall'edificio “mitico” di mattoni rossi, costruito da Camillo Olivetti alla fine dell'Ottocento, gli edifici industriali crebbero con l'espandersi dell'azienda attraverso quattro suggestivi ampliamenti architettonici, nel segno dell'armonia, della luce e della trasparenza. È giunto il momento di varcare i confini, di edificare il Quinto Ampliamento: quello squisitamente immateriale e ideale, per la rigenerazione delle imprese, del lavoro, dei territori. 

“Via Jervis, a Ivrea, è la via più bella del mondo” (Le Corbusier)

C'è stato un modo visionario di fare impresa e Ivrea ne porta ancora i segni meravigliosi,  che la candidano a diventare Patrimonio Unesco come “Città industriale del XX secolo”. Ma occorre interpretare questi segni, decodificarli, disporli su una mappa per chi è in cerca di nuove direzioni. A Ivrea il futuro vive intrappolato nel passato. Quinto Ampliamento vuole liberarlo, contribuendo a trasformare questa corposa eredità in uno stimolo al cambiamento, un'occasione di ispirazione. Ivrea è già meta suggestiva per le imprese che si interrogano sul senso del proprio cammino: può diventare qualcosa di più, un Polo dell’Economia Civile per la formazione professionale e universitaria, per l'incubazione di nuove aziende. Tutto dentro le architetture olivettiane.

Mensa e circolo ricreativo

Mensa e circolo ricreativo

È uno degli edifici simbolo del complesso olivettiano a Ivrea. La mensa e il dopo mensa – progettati, realizzati e modificati tra il 1953 e il 1961 sotto la guida di Ignazio Gardella – si inseriscono perfettamente nell’ampio progetto d’impresa, culturale, architettonico e sociale rappresentato dal percorso compiuto da Adriano Olivetti alla guida dell’azienda.

Collegata fisicamente alle officine Olivetti mediante un percorso interrato (realizzato nel 1955), con la sua pianta esagonale, la mensa si adatta al disegno della collina, confondendosi con la roccia e fondendosi con l’ambiente naturale circostante, che si mostra senza alcun pudore attraverso le ampie vetrate del refettorio. Ristoro non solo per il corpo, ma anche per la mente. 

Gli spazi dedicati al pranzo sono affiancati da aree per la lettura e per i giochi e non mancano le zone dedicate alle danze o agli eventi culturali. L’utilizzo della struttura della mensa, insomma, non era legato alla sola pausa pranzo e la stessa pausa pranzo – qui dentro – assumeva un innovativo, dirompente significato, diverso dalla semplice erogazione del pasto. Nei dintorni della sala da pranzo, infatti, erano accessibili per i lavoratori diverse zone destinate a servizi sociali e culturali. Da momento di ristoro a occasione di arricchimento (prima del generale ricorso all’orario continuato, nei primi anni Settanta, la pausa pranzo poteva durare anche quasi due ore).

Centro studi ed esperienze

Centro studi ed esperienze

Centro studi ed esperienze

All’inizio degli anni Cinquanta, la Olivetti è in grande espansione. Le vendite vanno a gonfie vele, ma per mantenere quote di mercato e migliorare costantemente i prodotti c’è bisogno di ricerca continua e di alto livello. Così, Adriano Olivetti decide di costruire un edificio da destinare a sede delle attività di ricerca e sviluppo, separato dagli stabilimenti produttivi.

Mentre lungo via Jervis proseguono gli ampiamenti delle officine, negli spazi immediatamente retrostanti viene commissionato al giovane architetto Eduardo Vittoria, che si ispirerà ai lavori di Fank Lloyd Wright,  la realizzazione e la progettazione del Centro Studi ed Esperienze.

L’edificio, testimonianza dell’importanza assegnata nell’impresa olivettiana all’innovazione e alla vivacità culturale, è diviso in quattro bracci, ciascuno dedicato alla ricerca e sviluppo relativa a una differente linee di produzione. 

Leggermente discosto dagli stabilimenti produttivi, il Centro Studi si distanzia dai tradizionali edifici industriali anche nell’aspetto. Con i suoi terrazzi, l’alternanza di zone vuote e zone piene e il rivestimento in klinker blu (per la prima volta viene utilizzato il colore nei cantieri avviati dall’azienda), l’edificio – inaugurato nel 1955 – porta un forte contrasto con l’ambiente circostante, dove dominano il verde della campagna e le sobrie linee delle altre strutture della Olivetti. 

Innovazione sotto tutti gli aspetti. 

Asilo nido Olivetti

Asilo nido Olivetti

Asilo Nido Olivetti

Ancora un progetto firmato dagli architetti Figini e Pollini, ancora un progetto volto a migliorare il rapporto tra l’impresa, il lavoratore e la sua famiglia: l’asilo nido venne realizzato tra il 1939 e il 1941 in prossimità delle officine ICO, comodamente raggiungibile dalle mamme lavoratrici.

A un solo piano, rivestito da blocchi di pietra squadrata, l’edificio si appoggia a una piccola collina che viene utilizzata come spazio giochi all’aperto (sulla sommità dell’altura sono collocate la piscina con i cambi di sabbia, un’area verde per giochi e i portici di servizio).

All’interno, le aule si affacciano un patio e il restante spazio si divide tra spogliatoi, refettorio, servizi, sala da gioco. 

Nel 1952 sempre su progetto di Figini e Pollini, vennero inseriti nel complesso anche un ambulatorio pediatrico ed un consultorio separati però dall’ edificio principale.

Fascia dei servizi sociali

Fascia dei servizi sociali

Proprio di fronte ai principali stabilimenti della Olivetti, nel 1958 gli architetti Figini e Pollini – gli stessi cui venne affidato più volte il compito di progettare e ampliare le officine ICO – furono incaricati della realizzazione della cosiddetta Fascia dei servizi sociali

Questo blocco di quattro edifici, distinti tra loro ma uniti, è centrale per comprendere il progetto di impresa perseguito da Adriano Olivetti. Pensata come uno spazio pubblico, aperto a tutti i cittadini di Ivrea e non solo ai dipendenti della Olivetti, la fascia dei servizi sociali fu destinata a ospitare oltre agli ambulatori e agli spazi per l’offerta di prestazioni sanitarie e sociali anche una biblioteca. 

Per vari anni, frequentando questi edifici, i lavoratori e le loro famiglie hanno potuto godere di visite e cure gratuite.

Via Jervis e officine ICO

Via Jervis e officine ICO

Lungo via Jervis corrono, insieme, le officine ICO e il sogno olivettiano. La quinta architettonica che – con evidente unità – costeggia la strada sul lato meridionale è la realizzazione dell’incontro tra le idee imprenditoriali innovatrici di Adriano Olivetti e la modernità progettuale di tratto razionalista degli architetti Figini e Pollini.

La collaborazione tra i tre – rinnovata più volte e in più riprese tra il 1934 e il 1957, sempre con stretta identità di intenti e seguendo le fortune e gli sviluppi dell’azienda  – ha dato luce a quello che è uno dei più notevoli esempi di architettura industriale europei.

Nel corso degli anni e dei successivi ampliamenti che hanno dato a via Jervis l’aspetto odierno, la progettazione e la realizzazione degli spazi ha sempre posto massima attenzione a sposare le esigenze tecniche della produzione e dell’organizzazione dei processi produttivi con quelle psicologiche del lavoro. Con spirito avanguardista, così, gli spazi vengono pensati per essere adeguatamente illuminati, a misura d’uomo e di lavoratore. 

Particolamente rilevante la soluzione adottata nel terzo ampiamento, portato a termine con l’estensione del fabbricato lungo la strada per 130 metri tra il 1939 e il 1940. Un sistema a doppia vetratura, con un’intercapedine in cui sono sistemate antine per filtrare i raggi del sole, garantisce grande luminosità agli spazi e ottimizza l’equilibrio termico della struttura.

La fabbrica di mattoni rossi

La fabbrica di mattoni rossi

Per tutti, a Ivrea, è familiarmente “la fabbrica in mattoni rossi”. Il sobrio edificio ha una storia dal significato capace di andare oltre il suo semplice aspetto. 

Progettato e costruito nel 1896 per ospitare una precedente attività industriale dell’ingegner Camillo Olivetti, il fabbricato diviene nel 1908 la sede della Ing. Olivetti et Compagnia, prima azienda nazionale per la produzione di macchine da scrivere. La culla di una grande, futura storia. 

L’edificio, strategicamente posizionato in prossimità della stazione ferroviaria e comodamente raggiungibile, è il risultato di un ampliamento che nel 1899 portò ad aggiungere due ali al corpo centrale. Pur senza evidenti innovazioni architettoniche nelle forme, è uno dei primi esempi di edifici industriali in cemento armato italiani.